“Dammi da bere”: intervista a Guido Belli sulla Missione Giovani Diocesana

Si è svolta da giovedì 10 a domenica 13 maggio la Missione Giovani intitolata “Dammi da bere” (dal capitolo
4 del Vangelo di Giovanni, sulla donna samaritana), organizzata dal Seminario Diocesano di Mantova nelle
comunità dell’Unità Pastorale Destra Secchia, che ha coinvolto le parrocchie di Quistello, San Giacomo delle
Segnate, Nuvolato, San Rocco, Quingentole, Pieve di Coriano e Revere. Particolarmente denso il programma
di eventi che ha impegnato i venti missionari, tra i quali, oltre ai seminaristi, alcuni laici della Diocesi. A dare
il via alla Missione, la Messa di conferimento dei mandati svoltasi giovedì 10 alle 21 nella Chiesa di
Quingentole, sotto la benedizione del Vescovo Marco. Tra gli altri eventi, che hanno visto una ampia
partecipazione, l’incontro con gli adolescenti e i giovani venerdì 11 a Quistello, l'”AperiQui”, un aperitivo
con degustazione, e la serata freestyle con il rapper cattolico Kose MC sabato 12 e la Messa conclusiva
domenica 13. Tra i missionari, anche Guido Belli della Parrocchia di Castel Goffredo, a cui abbiamo chiesto di raccontarci l’esperienza vissuta.
Che scopo ha avuto la missione e perché è stata intitolata “Dammi da bere”?
La missione ha mosso i passi dal capitolo 4 del Vangelo di Giovanni, quello della donna samaritana, con lo
scopo di interpretare la “sete” dei giovani, sia di quelli vicini alla fede, sia soprattutto di quelli che, per vari
motivi, se ne sono allontanati. Abbiamo cercato di capire che cosa mancasse loro, quale fosse la loro idea di
Chiesa, quali le loro rivendicazioni. E lo abbiamo fatto da missionari, cioè per le strade, nelle case, nelle
scuole e negli altri centri di aggregazione, pure nelle fabbriche. Proprio come Gesù, che ha incontrato la
donna Samaritana nella città di Sicar, mentre stava camminando dalla Giudea verso la Galilea. Lo spirito di
fondo è stato, in sostanza, quello di una chiesa in uscita, come ama definirla Papa Francesco: una Chiesa non
confinata all’interno di quattro muri, ma che vive nel quotidiano della comunità.
Quindi “dammi da bere” è stata una provocazione?
Esatto, una provocazione buona, positiva. Tutti abbiamo sete, tutti siamo alla ricerca di qualcosa che ci
disseti, soprattutto i giovani. Ma per dissetarci dobbiamo conoscere la nostra sete, sapere di cosa abbiamo
bisogno. La samaritana va al pozzo alla ricerca di acqua nell’ora più calda della giornata, a mezzogiorno, per
non essere vista dagli altri, per non esporre le proprie vergogne, le proprie menzogne. Cerca acqua, ma
grazie al dialogo con Gesù scopre che la sua sete non è fisica, è più profonda, più intima. E Gesù sa
interpretarla questa sete e sa soddisfarla, perché lui stesso è la sorgente di acqua che zampilla per la vita
eterna. È l’incontro con Gesù che placa la nostra sete, la nostra ricerca di felicità.
Con quale spirito hai iniziato la missione?
Non ti nascondo che prima di partire nutrivo qualche preoccupazione, soprattutto quella di non essere
preparato e di non essere in grado di adempiere bene al servizio. In fondo, sarei stato inviato a San Giacomo
delle Segnate, un piccolo paese al confine con l’Emilia, in una realtà che avvertivo molto distante dalla mia,
a incontrare persone mai conosciute prime, ciascuna con la propria storia da raccontare e le proprie
difficoltà da risolvere. Insomma, all’inizio era più la voglia di rinunciare, che di partire.
Poi però sei partito. Come è stata l’accoglienza?
Già, nonostante tutto sono partito. Quando sono arrivato a San Giacomo, l’accoglienza è stata tale da avere
l’impressione di familiarità in ogni volto incontrato. Mi ha ospitato una splendida famiglia, quella di Chiara e
Andrea, con i piccoli Mattia e Francesco. Mi sono sentito a casa.
Più precisamente, in cosa è consistita la tua missione?
Sono stato subito catapultato nel servizio, perché ogni persona che incontravo per la strada, nelle case, a
scuola o in oratorio, cercava qualcuno che lo ascoltasse e magari gli rivolgesse una “parola buona”. Già, una
parola buona. Qui il timore, di fronte a tante storie diverse, alcune molto difficili e tristi, di non sapere cosa
dire, di non sapere scegliere adeguatamente quelle parole buone. Ma Dio, che è grande, ha fatto tutto: mi ha
suggerito gli atteggiamenti, le risposte, i gesti, ma soprattutto mi ha dato la capacità di ascoltare. Ecco,
allora, che ogni sorriso, ogni stretta di mano, ogni lacrima si sono trasformati in un incontro che durerà per
sempre, anche se forse fisicamente non si ripeterà. In definitiva ho cercato di mettermi in ascolto, di essere
presente, di dare una parola di conforto.
Accennavi prima alla visita nelle fabbriche
E anche qui quanta paura, quanto senso di incapacità e di impreparazione… Ma, pure in queste visite, la
Provvidenza ha pensato a tutto, anche quando ho incontrato persone che non erano alla ricerca delle parole
buone della missione.
E con i giovani, l’incontro come è stato?
A conclusione della missione ho incontrato i bambini, gli adolescenti, i giovani e i rispettivi educatori e
catechisti. Inutile dire che il sorriso e l’abbraccio di un bambino, che ti cerca e vuole condividere del tempo
con te, valgono più di mille parole. Mi ha colpito molto anche l’entusiasmo degli animatori, il loro spirito di
servizio, la loro testimonianza concreta, fatta di gesti e non solo di parole, della vita in Gesù Cristo. Davvero
una bella comunità, con un potenziale enorme.
Hai incontrato anche le coppie dei genitori. Cosa ti hanno lasciato?
Ho riscontrato un impegno e una dedizione smisurata per i figli. Ma anche il desiderio urgente di avere un
giovane che li guidi, che torni a fare esperienza di oratorio con i ragazzi, che “viva” in strada con la
comunità. Tutto resto molto più difficile con la creazione dell’Unità Pastorale, che ha ridotto la presenza di
sacerdoti e seminaristi sul territorio.
Ti sei commosso al momento dei saluti?
Il momento dei saluti è stato quello più difficile. Non avrebbero voluto lasciarmi andare. Ma
eravamo tutti consapevoli che la missione ha seminato qualcosa di buono, e che loro,
col tempo, ne raccoglieranno abbondantemente i frutti.