Don Bergamaschi: “Qualche pensiero in libertà nei giorni del silenzio”

Carissimi fratelli e sorelle,

alla notizia del primo caso di corona virus anche a Castel Goffredo, permettetemi alcune riflessioni aperte, alle quali mi piacerebbe che anche voi partecipaste, per condividere insieme quello che proviamo e pensiamo in questa situazione. Scrivere ci permette di comunicare un po’ più in profondità, rispetto anche al dire molte parole, dietro le quali spesso si nasconde il vuoto. E infatti parto da qui per condividere con voi i miei pensieri.

Ci dicono di non uscire, di non stare in luoghi affollati, di stare lontani gli uni dagli altri almeno un metro, di non fare incontri, manifestazioni, eventi di nessun tipo. Se notate intorno a noi c’è più silenzio. Un primo effetto dell’emergenza è che abbiamo la possibilità di fare più silenzio (non è detto, perché ognuno di noi in casa propria potrebbe ascoltare musica dal mattino alla sera, ascoltare tutti i telegiornali e le trasmissioni radiotelevisive, ricevere e mandare migliaia di sms e chi più ne ha più ne metta!). Ma è innegabile che a livello sociale ci sia meno rumore: meno automobili e moto che rombano, meno schiamazzi, meno chiacchiericcio perché meno gente si muove, meno mercato …

Diciamolo sinceramente: non eravamo più abituati al silenzio. E ci fa un po’ paura. Si, perché il silenzio ci “costringe” (benevolmente, in quanto ci lascia liberi di farlo o no!) a guardarci dentro, a pensare prima di parlare, a riflettere se quello che diciamo vale la pena dirlo o no, a scavare un po’ più dentro di noi e ritrovare delle motivazioni più vere, profonde al nostro agire, insomma a essere più “umani” e quindi più liberi, rispetto all’assorbire acriticamente tutto quello che ci viene propinato da molte parti e da molti mezzi mediatici, lasciandoci guidare solo dagli istinti riflessi e stimolati dalla cultura del consumo. Potrebbe essere questa l’occasione per riflettere e recuperare la nostra identità umana, spesso ridotta a “macchina” esecutrice di impulsi dettati da altri.

Il fatto che sono vietati gli assembramenti, le feste, gli incontri, anche quelli formativi (e come mi addolora non poter celebrare la S. Messa col popolo, vivere la Via Crucis o i Cammini Penitenziali Quaresimali, gli incontri di catechesi per i piccoli e per i grandi, le tappe formative per i genitori e via dicendo!), il fatto che ci viene costantemente detto di stare il più possibile in casa per evitare il propagarsi del contagio, ci fa vivere un’altra dimensione della vita: la solitudine!

Anche di questa abbiamo un po’ paura, perché siamo abituati nella nostra cultura, specie lombarda, a darci da fare moltissimo; anzi, un uomo o donna è riuscito o riuscita nella misura in cui ha mille cose da fare ed è sempre al centro di mille contatti o reti, che gli permettono di dirsi realizzato. Se uno vive “isolato” non è normale! Poi oggi uno dei desideri primari è quello di partecipare ad eventi di massa (sportivi, musicali, fieristici ecc.) a volte semplicemente per dire ”c’ero anch’io!”, quasi come ad un rito di identificazione personale, per sentirci vivi. Di contro, se vengono a mancare questi momenti identificativi sociali, ci sembra di essere un po’ persi, di non sapere più bene chi siamo e cosa ci stiamo a fare al mondo o sulla terra, nella società. Ma gli antichi dicevano: “O Sola Beatitudo, o Beata Solitudo”.

Non è l’esaltazione dell’isolazionismo, che è sempre negativo, perché va contro l’uomo che è fatto per relazionarsi con gli altri, con la natura e con Dio, e non per chiudersi in sé stesso, eliminando tutto quello che lo circonda. Questo sarebbe grave. No, questo non va bene. Ma la Solitudine invece è quella capacità di stare bene con sé stessi, perché riconciliati con il nostro interno ed esterno, senza divisioni in noi stessi; è quella realtà che fa crescere e creare dentro di noi i pensieri e i desideri nuovi, distinguendoli tra quelli belli e quelli brutti; è quella sorgente interiore da cui fioriscono sentimenti buoni e cattivi e nella quale impariamo a scegliere gli uni e a evitare gli altri. Insomma, la Solitudine con la S maiuscola ci permette di rimanere “umani”, ed è la condizione per aprirsi poi con intelligenza e sensibilità positive agli altri, creando davvero relazioni cariche e non superficiali, interpersonali e non solo massificate.

Un’altra parola su cui mi sono soffermato a riflettere è quella fatidica del progresso! Cosa vuol dire? Che cos’è? Da che cosa è fatto? Per chi è? Per tutti, per pochi? Quali ambiti deve toccare? Quali sono le condizioni che ci dicono quando una scoperta, una novità, un’ idea nuova favorisce il progresso oppure no? A questo riguardo non ho molti pensieri, ma ritengo sia egualmente importante porsi delle domande. Sono queste che ci permettono di avanzare nelle comprensioni. E mi piacerebbe sentire anche voi, come la pensate.

Perché se è vero che noi (almeno occidentali e nordici dell’emisfero del mondo!) abbiamo toccato livelli di progresso inauditi rispetto solo a cinquant’ anni fa (almeno così diciamo!), è necessario chiederci se questo livello raggiunto a fatica, con tanti sacrifici, con scienza e tecnica profuse a piene mani, sia così fragile da regredire in pochissimo tempo davanti ad un “virus” invisibile e piccolissimo. Mutatis mutanda, ci siamo ritrovati in una situazione come quella del 1600, descritta dal Manzoni ne “I Promessi Sposi”: le dinamiche sono uguali. Allora: siamo andati avanti o indietro? In che senso? Cosa ci accomuna e cosa ci distingue rispetto a quel tempo passato? E ancora: che cosa vuol dire progresso? In che cosa consiste?

Molte altre parole mi piacerebbe condividere con voi, ma lo spazio e il tempo ci impediscono di farlo. Tuttavia aspetto da voi degli stimoli, delle riflessioni, delle condivisioni. Anche questo è un modo bello di occupare il nostro tempo e aiutarci a crescere. Non tutto vien per nuocere, dice il proverbio! Aggiungo: tutto, con gli occhi della fede, può essere Provvidenza! Ancora di manzoniana memoria.

Con affetto, ogni bene a tutti, dongiuseppe