Il nostro Vescovo Marco ricorda la figura di don Antonio Mattioli

Carissimi fratelli e sorelle,

è giunto il giorno dell’addio. Avremmo desiderato congedarci dal nostro caro don Antonio con un omaggio di affetto e di stima più visibile e corale. Siamo tutti presenti con il cuore e la preghiera nell’accompagnare il suo rientro a Castel Goffredo.

Il suo passaggio nel Regno è coinciso con il primo giorno di primavera. Don Antonio, appassionato delle montagne (e della fatica di salire), amante della natura e in particolare dei fiori e delle api, ha compiuto gli ultimi passi del suo cammino su una terra intristita dall’epidemia COVID-19 lasciandoci la speranza che anche un simile inverno passerà.

Più di una persona mi ha detto che questa dipartita in sordina è coerente con ciò che è stato don Antonio: “Se ne va nel suo stile. Se ne va, come ha vissuto, passando per la porta di servizio”. Quando l’ho visitato mercoledì scorso, all’ospedale di Pieve di Coriano, lottava in un’agonia molto dura. Mi ha impressionato quanto gli costasse ogni respiro e, ripensando a quell’immagine di lui sofferente, ho pensato che è morto condividendo dal di dentro le sorti di un popolo dal quale si è sempre lasciato intenzionalmente “contagiare”.

Don Antonio non ha lasciato un testamento spirituale. Le sue parole rimangono impresse nei cuori di chi lo ha conosciuto e la sua bella testimonianza parlerà a lungo nella nostra Chiesa. In questo giorno di saluto, mi faccio interprete di tante voci per ricordare la “parola buona” che Dio ha voluto dirci attraverso don Antonio. L’ho conosciuto negli ultimi anni della sua vita quando il suo fisico andava sempre più assumendo i contorni della vecchiaia e i segni della malattia si rendevano evidenti. Ho meno parole di voi, che lo avete frequentato a lungo, per ricordare alcuni tratti luminosi di don Antonio che custodiremo come un’eredità preziosa. L’impressione che la sua personalità ha lasciato in me la affiderei piuttosto a una fotografiache voglio condividere. È uno scatto fatto durante il suo ultimo viaggio estivo col Seminario nel settembre 2017 in Russia. Appare un uomo pensoso, raccolto, osservatore attento che cerca di penetrare l’orizzonte, con una mano portata alla bocca, quasi a confermare che la parola deve essere misurata e fiorire come sintesi di un paziente lavoro interiore. Don Antonio era dotato di un’intelligenza acuta che non ostentava, di una notevole cultura che non sfoggiava con superiorità ma condivideva in semplicità, con uno sguardo intenso che sapeva leggere dentro chi gli stava davanti e dentro le situazioni che voleva vivere appieno e non sorvolare.

La bellezza di questo scatto è soprattutto in quel “di più” che sfugge sullo sfondo indefinito della scena. È possibile intuire qualcosa di ciò che quest’uomo sta pensando, senza travalicare quella soglia di mistero che è riservata alla sua intimità e a Dio che legge nei cuori. Viviamo in un tempo di eccesso di parole, di comunicazione, siamo portati a commentare un po’ tutti e tutto con facilità di giudizio.

Don Antonio è stato un uomo capace di discrezione, delicatezza, mitezza, come i “piccoli” del Vangelo. La sua riservatezza, mi è parso di capire, era legata a uno stile schivo, distaccato dalla preoccupazione per sé stesso, sobrio in tutte le manifestazioni. I parrocchiani ricordano la battuta che “per il suo abbigliamento, andava alla boutique della Caritas”. Era piuttosto preoccupato di non dar fastidio e nei primi anni della malattia non era facile capire quando stava male. L’essenzialità e il dare sostanza alle cose si percepiva nella sua fatica a stare nella formalità. Una volta, parlandomi del Duomo, che lui amava molto, mi diceva che l’arte troppo perfetta, nelle linee e nelle decorazioni, non interpreta il realismo della vita umana che è tutt’altro che rettilinea e in molti casi si deforma. Diceva che bisogna “dubitare quando le cose vanno troppo bene, mentre se si fa fatica, allora vuol dire che stiamo salendo in quota”. Ricordo che ai seminaristi impartiva garbatamente istruzioni circa l’abbigliamento, invitandoli a saper distinguere tra le cose “ultime” e quelle “penultime”; tuttavia, quando erano in pubblico – magari in viaggio – li minacciava simpaticamente di nascondersi dietro le pagine del giornale, fingendo di non conoscerli, casomai il vestiario fosse poco decoroso o il comportamento un po’ troppo “sopra le righe”.

 

L’uomo della fotografia non è ritratto in posa né tanto menoèimponente. Così era il suo fisico minuto e così don Antonio immaginava la missione della Chiesa di oggi nel mondo: non i grandi numeri e gli eventi di grandi proporzioni, ma la presenza dentro la vita della gente secondo la logica evangelica del lievito nella pasta. Le epoche in cui i cristiani sono minoranza sono epoche creative e, proprio per questo, don Antonio puntava molto sulla qualità della formazione dei cristiani per attrezzarli a portare ispirazione, competenza e profezia nel mondo, senza protagonismi e cose ridondanti, perché così era la sua persona. Ho ricevuto la testimonianza di alcuni collaboratori che si sono sentiti valorizzati nelle loro attitudini e coinvolti nelle iniziative che don Antonio desiderava portare avanti con altri piuttosto che da solo, apprezzando il contributo delle donne consacrate nella vita pastorale e per il suo ministero di parroco come ricordano le suore Pastorelle.

Nella fotografia appare già “anziano”. La Bibbia fa l’elogio dei bei vecchi, che non sono solo sazi di anni, ma di esperienza. Don Antonio era un sapiente che ammaestrava con la vita. Era un educatore autorevole che senza alzare la voce sapeva farsi sentire, correggere, raddrizzare, consigliare, toccare le corde della libertà profonda per far crescere il senso di responsabilità in chi guidava, in modo che la scelta del bene non fosse fatta per costrizione, ma per convinzione. Don Antonio era un uomo che sapeva quello che voleva. Aveva una coscienza forte del compito di guida del sacerdote che è un padre e un educatore chiamato ad essere d’esempio anche quando costa. Parecchi preti, nelle scorse settimane, mi hanno confermato di avere imparato molto da don Antonio. Quando ancora non si parlava di “sinodalità”, lui ha creduto nella fraternità sacerdotale e l’ha attuata in canonica e nel confronto con i confratelli, per interpretare insieme l’evoluzione del ministero presbiterale dopo il concilio Vaticano II.

Nella foto appare un uomo che porta i segni dell’invecchiamento e dell’indebolimento. Questa stagione l’ho condivisa più da vicino con don Antonio, il quale mi confidava quanto gli costasse accettare alcune diminuzioni. Quando cominciarono a intensificarsi i sintomi del Parkinson, per lui era una fatica anche solo sollevare il calice alla consacrazione. Per agevolarlo nella Messa i seminaristi usavano i calici più leggeri. Guardarlo così, all’altare, faceva tenerezza e ricordava il “peso” del sacrificio eucaristico che stavamo celebrando.

La maturità di un sacerdote appare quando diventa trasparente al mistero che celebra. Don Antonio è stato uomo di fede e di preghiera, e proprio per questo autenticamente umile. Negli ultimi anni, passando per il Duomo, spesse volte l’ho visto raccolto in preghiera o intento ad ascoltare le confessioni.

L’apparente immobilità della fotografia non deve tradire la capacità di azione di don Antonio che ha esercitato un ministero laborioso e tenace nel perseguire gli impegni e i progetti di cui era convinto. La sua è stata una “pastorale della bicicletta”. Mi dicono che bastava una telefonata a segnalare un bisogno per fargli inforcare la bici e rendersi presente, spesso in situazioni anche pericolose, per calmare, confortare, portare aiuti materiali. Sapeva comprendere i problemi della gente semplice del quartiere di periferia che aveva imparato ad amare come un padre tenero che si preoccupa più dei figli difficili che di quelli bravi. L’attitudine a immergersi nella gente incarna l’immagine del “pastore con l’odore delle pecore” e proprio per questo benvoluto e rispettato anche da persone in situazioni di marginalità e degrado culturale e morale. Chi corre in bicicletta sa bene quanto sia importante misurare la velocità. Don Antonio è stato un prete del Concilio, impegnato nella ricerca di modi aggiornati per annunciare il Vangelo, renderlo visibile e vivibile agli uomini di questo tempo. Lo supportava in questo sforzo pastorale l’attitudine riflessiva a leggere in profondità la realtà a cui si univa una sensibilità molto concreta. Ricordo alcuni scambi di idee circa la complessità delle situazioni attuali: lui manifestava la convinzione che “c’è bisogno di un colpo d’ala”, come di un volo della mente e dello spirito per intuire, anche da parte della Chiesa, i modi possibili e più efficaci per accompagnare i cambiamenti in atto nel mondo. Il ciclista è dotato di buona capacità di equilibrio e anche questo si riconosce in don Antonio che, come lo scriba del Vangelo, ha saputo conservare le “cose antiche” (arte, storia, usanze e tradizioni popolari e religiose) senza invecchiarle, ma rendendole funzionali alle “cose nuove” che devono dare vita all’oggi.

Don Antonio ha praticato la spiritualità del quotidiano, ha saputo dare solennità a ciò che è feriale. Tutto parla di Dio e ce lo ricorda. Questo tratto contemplativo lo intravedo nello sguardoche la fotografia ha immortalato. Come sacerdote ha coltivato la bellezza, non solo con lo studio dell’arte di cui era conoscitore erudito, ma curando tanti aspetti estetici della vita. Parlava con uguale passione di tutto ciò che amava, di un libro di teologia come delle piante da frutto che coltivava nel cortile del Seminario nella speranza di offrirmi le primizie. L’amore per il bello si è concretizzato anche nello sforzo per abbellire le chiese e creare luoghi di interesse culturale, convinto – per usare le sue parole – che “la bellezza aiuta ad elevare lo spirito”.

La fotografia ritrae un don Antonio attento e intento, una postura che esprime bene la sua capacità di attenzione, ascolto e accoglienzaverso chiunque, con un occhio di riguardo nei confronti di chi è più debole, senza giudicare o creare imbarazzo. Non eccedeva nelle esternazioni, ma sapeva stupire con manifestazioni d’affetto e di delicatezza nell’intuire e prevenire i bisogni anche senza parole. Tutte le volte che lo incontravo mi chiedeva: “Ha bisogno di qualcosa?”. Sulla porta di casa ho trovato più volte i prodotti delle sue api, confezionati con gli amici del Mato Grosso di Castel Goffredo, per sostenere le missioni. Il suo miele mi lasciava il gusto di quell’attitudine a far diventare buone per gli altri le cose belle che uno fa con piacere e soddisfazione.

Cari fratelli e sorelle,

l’incontro con don Antonio è stato per ciascuno di noi una grazia e del dono di questo fratello, amico, maestro e padre desideriamo benedire il Signore. Mentre avvertiamo la sua perdita in terra sappiamo di aver guadagnato un amico in cielo. Nel mese di settembre avrebbe celebrato il 50° anniversario di ordinazione presbiterale ricevuta a Castiglione sotto la protezione di San Luigi Gonzaga, che lui conosceva e amava moltissimo. Chiediamo a don Antonio, in comunione con San Luigi, di benedire il cammino dei nostri giovani e intercedere per il dono di vocazioni diaconali, presbiterali e alla vita consacrata per la chiesa di Mantova.

Voglio immaginare che, in una prospettiva rovesciata, lo sguardo di don Antonio che nella fotografia sconfina verso l’infinito ora sia rivolto verso di noi.