Il valore dell’amore e dei piccoli gesti quando la medicina si arrende

A un certo punto della vita un familiare si ammala. È l’inizio di una battaglia complessa, che può durare anni, tra dolore e folli burocrazie. Poi il malato si aggrava, la badante diventa h24 e arriva il tempo delle misure più intense, con l’ausilio di medici e infermieri che seguono il paziente nell’infausta evoluzione del male. Fino all’ultima battaglia, quando anche il più amorevole infermiere domiciliare è inerme dinnanzi a quel male che infierisce.

Ed è anche in questa circostanza che gli hospice giocano un ruolo fondamentale; luoghi dove, quando la medicina è alle corde, entra in gioco qualcosa di veramente prezioso, che va oltre i complessi ausili. Quel “qualcosa” è rappresentato dalle amorevoli piccole attenzioni, dai discreti sguardi di comprensione, dai silenzi, dalla vicinanza, al malato ma anche ai familiari, esausti, nel compiersi del più naturale dei fenomeni, che è anche il più tragico.

Come vogliamo chiamarla questa “ricchezza”? Io la definirei “amore pratico”, che rende anche l’insostenibile… sopportabile. Quell’amore pratico, nel quale il credente scorge la mano del Signore che si fa “azione”, al di là della questione sociale di una Sanità che ancora funziona, nonostante tutto.

Una’esperienza umana ricca, che in un momento molto personale e delicato, ho sperimentato all’Hospice Gabbiano di Pontevico. Una struttura preziosa, grazie al cielo non l’unica, per i motivi che ho elencato, ma non solo. Ringraziare rischia di essere banale. In quelle incessanti, piccole e grandi attenzioni, nell’affievolirsi della vita, ho trovato un tesoro di bontà e dedizione che non potrò mai dimenticare. Facendomi portavoce dei tanti lettori che vivono, o hanno vissuto, una vicenda simile alla mia, correrò il rischio di esserlo: grazie.

(Lettera al direttore – Giornale di Brescia – 3 settembre 2019)