“E tu che aspetti?” Un pensiero sull’Avvento di don Matteo Palazzani

Con questa stessa domanda è possibile avere due risposte-reazioni diverse. Uno infatti potrebbe intenderla come domanda su chi o che cosa si sta attendendo. Un altro invece potrebbe interpretarla come un’esortazione a muoversi, a darsi da fare (Dai, su, forza!). Dunque la medesima domanda può assumere una sfumatura passiva e attiva.

In realtà queste due diverse interpretazioni possono anche coesistere e richiamarsi a vicenda. Infatti se uno attende qualcosa o qualcuno, se desidera profondamente qualcosa per sè, per il proprio futuro o la propria vita, o attende l’incontro con una persona non può starsene comodamente seduto sul divano e aspettare che magicamente gli piombi addosso, ma si dà da fare, si attiva e si prepara.

Cosa attendiamo noi? Cosa si attendono i giovani? Forse una scuola che corrisponde alle proprie attitudini, un lavoro sicuro, una relazione seria, la gioia non effimera ma duratura, … se tuttavia le attese restano sogni irraggiungibili e irrealizzabili allora a lungo andare si smette di attendere e ci si siede, quasi ci si assopisce e allora resta solo l’attesa a breve termine, quella che non richiede troppo tempo né troppo impegno.

Il tempo dell’Avvento vuole essere l’allenamento all’attesa, perché prima delle nostre cose o dei nostri desideri ci educa ad attendere l’Altro, colui che si è fatto vicino, ha raccorciato le distanze. Se sapremo allenare l’attesa vigile conservando il desiderio dell’incontro con Gesù, potremo riconoscerlo e accoglierlo. E la sua presenza, la sua vita in noi, ci donerà la speranza per continuare ad attendere e a darci da fare per ottenere cose grandi. E allora, che aspetti?!