“Vacanze, tempo di riposo”: le riflessioni estive di don Bergamaschi

In questo tempo di vacanze, che colleghiamo immediatamente al riposo (per chi lo può fare!), mi viene in mente quella pagina del Vangelo di Luca (di qualche domenica fa) in cui si racconta della visita di Gesù a Marta e Maria, e di come si sia intrattenuto a pranzo da loro (gustando quello che aveva fatto Marta), sottolineando che Maria aveva scelto la parte migliore che non le sarebbe stata tolta, e cioè quella di stare seduta ad ascoltarlo, apparentemente senza fare nulla; il riposo appunto!

Non è difficile riconoscerci in Marta, che si preoccupa e si affan­na per molte cose. E magari troviamo a ridire sul conto di Maria che, secondo noi, ha scelto la parte più comoda. E, invece, per Cri­sto, quella è la «parte migliore». Ossia la parte dell’ascolto, della contemplazione, dell’adorazione, della meraviglia, della preghiera, del silenzio. Ossia, per noi, del “riposo”, che spesso però noi intendiamo col fare niente. Ma non è così. Abbiamo infatti bisogno del Riposo con la “R” maiuscola!

Il mondo d’oggi corre, corre sempre più in fretta. Velocità da capogiro. Ritmi frenetici, in tutti i campi. La macchina del mondo, sotto la spinta del progresso, ha infi­lato una discesa vertiginosa. Ora, il cristiano non ha il compito di rincorrere il mondo, di mettersi al passo di tutte le mode, ma è incaricato piuttosto di fermarlo. Io vedo oggi la vita cristiana anche come un dare il segnale di stop, che è anche quello di fare un po’ di  scandalo, perché davvero oggi nessuno si vuole fermare. Si ha paura del silenzio, del “vuoto”; anzi qualcuno al sabato e la domenica ha il mal di testa perché non è abituato a fermarsi …  Come cristiani dobbiamo mettere un enorme, inquietante punto interrogativo all’uomo contemporaneo.

Dobbiamo avere il coraggio di fermare l’uomo d’oggi e buttargli in faccia alcune cose che, nella sua corsa stordente, ha dimenticato. Dirgli che correre non vuol dire crescere. Che il vero progresso non consiste nell’andare più in fretta, ma in uno sviluppo armonico delle varie dimensioni della persona, e delle persone tra di loro e delle persone con la natura.

Dirgli che, correndo, è diventato distratto, svagato. Non s’ac­corge più di sé, delle proprie esigenze profonde. Non s’accorge dell’Altro e della presenza degli altri.

Dirgli che, a forza di correre, non riesce più a fermarsi. E perciò non è più capace di conoscersi, di riconoscersi. Incapace di silenzio, di meraviglia, di apprezzamento, di preghiera. Nella sua furia consumistica ed efficientistica, ha smarrito i va­lori gratuiti: la contemplazione, l’adorazione, la preghiera, il silenzio.

Dirgli che, nella sua corsa sfrenata, ha lasciato dietro lo spirito. Perciò ha finito per perdere sé stesso, per smarrire la propria iden­tità. E’ diventato un essere diminuito, meno uomo. Non sa più chi è! L’istinto spirituale, troppo a lungo represso, soffocato, provoca in lui squilibri e aberrazioni allucinanti. Basta leggere la cronaca

Dirgli che, a furia di proporsi traguardi indegni di lui, ha perso la gioia, di cui trova miserabili surrogati nel godimento, nell’alcool, nella droga, nel fumo. Non canta più!

Dirgli che l’aumento delle conoscenze è utile soltanto se accop­piato a un aumento di coscienza. Che l’aumento di potenza diventa pericoloso se non è accompagnato da un aumento di saggezza. Che il progresso tecnico si traduce in clamoroso fallimento, se non ritro­va un’autentica dimensione umana.

Dirgli che l’ipertrofia dei valori utilitaristici (consumo, interesse, piacere, potenza, guadagno), con il conseguente annullamento degli altri valori, finisce per impoverirlo, per renderlo un oggetto e non più un uomo!

Dirgli infine che, correndo, ha smarrito il senso, il perché, la direzione, il significato del suo correre. Non sappiamo dove andiamo… ma ci andiamo lo stesso, e sem­pre più in fretta!

La maggior parte degli uomini si danno tanto, troppo da fare. Sono afferrati da un ingranaggio che li stritola. Non c’è tempo di domandarsi perché.

Almeno noi, cristiani, sappiamo fermarli. Non mettiamoci in concorrenza con il loro correre. Dobbiamo fornire il senso del « fare », la direzione e la meta del “correre”. Per questo serve il Riposo. Trovando un equilibrio tra l’Otium e il Negotium, come facevano gli antichi latini.