Cosa ci lascia “dentro” il lockdown? Risponde la psicologa Elena Cappa

Ormai, dopo le tanto attese progressive riaperture, il periodo di lockdown sembra un ricordo superato, ma in realtà i suoi effetti si sentiranno ancora, soprattutto sul lungo periodo. Per questo motivo è estremamente utile fermarci un attimo e riflettere sulle implicazioni che gli avvenimenti degli ultimi mesi hanno avuto sul nostro stato di benessere.
Tutti noi ricordiamo la reazione di incredulità e shock nel momento in cui abbiamo realizzato che il Governo aveva predisposto misure di limitazione della nostra libertà individuale e sociale. Siamo stati costretti a mettere la nostra vita in “stand by”, abbiamo interrotto progetti attuali o futuri, rimandato scadenze e appuntamenti e siamo stati sopraffatti da troppe informazioni e troppi dati.

Ognuno di noi, nella prima fase, si è confrontato con una molteplicità di pensieri ed emozioni spesso destabilizzanti. C’era la paura per i propri cari, il timore che si potessero ammalare o che noi stessi potessimo essere fonte di contagio. La rabbia di dover riprogrammare la propria vita, rimandando o addirittura rinunciando a progetti portati avanti con fatica. L’angoscia di non riuscire a gestire le perdite economiche e a provvedere ai bisogni della propria famiglia. Il senso di solitudine per la mancanza degli affetti e dei momenti di socialità. La confusione e il disorientamento dovuti allo sconvolgimento dei ritmi abituali e ai nuovi comportamenti con cui abbiamo dovuto familiarizzare: la mascherina, le città deserte, le file al supermercato, la distanza sociale. E poi c’era il senso di colpa, perché nonostante sentissimo di persone che non ce la facevano, e di altre che con il loro lavoro rischiavano quotidianamente la vita, facevamo fatica a sentirci fortunati per il solo fatto di star bene.

Questa pandemia è stata sinonimo di perdita, di diversi tipi di perdita: la perdita di una persona cara, resa ancora più difficile dalle disposizioni che impedivano di ritualizzarne l’addio; la perdita del lavoro o della stabilità economica; e anche perdite più astratte ma ugualmente pesanti, come la perdita delle proprie abitudini, del senso di sicurezza, dei contatti sociali e delle libertà personali. Anche il lockdown poi è terminato e ha lasciato degli strascichi sulla salute psicologica della popolazione. L’indagine condotta dall’Istituto Piepoli per il Consiglio Nazionale dell’Ordine degli Psicologi (CNOP) rivela che 8 italiani su 10 ritengono che il ricorso allo psicologo possa aiutare a gestire la ripresa e desidererebbero che il sistema pubblico assicurasse l’assistenza psicologica. Il quadro delle problematiche emerse è abbastanza allarmante: problemi di ansia, disturbi del sonno, sintomi depressivi, conflitti relazionali, aumento dei livelli di stress e irritabilità.

All’insofferenza dilagante per l’obbligo di restare a casa, si contrappone anche un’altra forma di disagio legata proprio alla ripresa della vita pre-lockdown. Come afferma David Lazzari (presidente del CNOP) “con il lockdown la giostra si è fermata e ci siamo abituati alla mancanza di frenesia. Il ritorno alla normalità si sta dimostrando un passaggio più difficile del previsto”. Tra coloro che hanno vissuto abbastanza bene il confinamento, c’è anche chi, ora, non vorrebbe più uscire di casa: perché la casa è diventata il rifugio sicuro per evitare il virus, sono state ricreate nuove routine più rallentate e anche perché tutto quello che adesso c’è fuori dal proprio guscio non è più lo stesso di prima. E allora uscire fa paura. Ma è necessario riuscire a fronteggiare questo periodo difficile e a riorganizzare positivamente la propria vita.

Con la fine del lockdown sono emerse anche nuove consapevolezze.
Prima fra tutte, ci ha fatto riflettere su come i ritmi frenetici e instancabili delle nostre vite fossero, forse, eccessivi. Abbiamo dovuto fare i conti con la paura, quella vera, e inevitabilmente sono riemersi i meccanismi più ancestrali secondo i quali i colpevoli sono sempre altri e il pericolo è portato da un altrove a noi lontano. Ci siamo resi conto di essere fragili e mortali. E nonostante ciò, abbiamo però anche capito che intorno a noi ci sono persone ancor più deboli, che hanno bisogno di aiuto. Abbiamo dato più valore all’attenzione e all’autoconsapevolezza nei comportamenti, perché possono salvarci la vita.

Questo è stato anche periodo di bilanci: cosa è cambiato nella nostra vita? Cosa abbiamo imparato da questa esperienza? Siamo di fronte a una fase di grandi cambiamenti e non è da escludere che ci sarà chi non vorrà più tornare alla propria vita precedente. Ci sarà chi riconoscerà il valore della famiglia e degli affetti più cari e chi invece deciderà di allontanarsene definitivamente; chi sceglierà di consolidare un rapporto di coppia o, all’opposto, di troncare legami che si sono allentati ormai da tempo nella sommessa routine giornaliera, e che con la convivenza forzata sono diventati insopportabili; chi deciderà di mettere al mondo un figlio, o di non volerne; chi inizierà a credere in Dio e chi invece lo abbandonerà; chi lascerà un lavoro che non lo soddisfa e chi sarà costretto a rimettersi in gioco.

Chissà che davvero questa esperienza possa portare ognuno di noi a fissare nuove priorità, a ridefinire le distanze, a riorganizzare il proprio tempo, a interrogarsi sulle scelte fatte e a distinguere meglio cosa e chi è davvero importante nella nostra vita, con la consapevolezza che non sono solo gli eventi in sé ad essere positivi o negativi, ma positivo o negativo è soprattutto il modo in cui li interpretiamo e reagiamo ad essi.