“La Profezia”: il commento al Vangelo della III domenica di Avvento

Nella liturgia della terza domenica di Avvento campeggia la figura austera di Giovanni Battista, figura scarna, rude e per certi versi inquietante, perché la sua presenza, il suo annuncio, i suoi richiami forti non lasciano tranquille le coscienze dei suoi contemporanei e nemmeno le nostre. Eppure, seguendo il Vangelo, specialmente quello di Giovanni, possiamo vederlo attento e ligio alla sua missione di Precursore, senza mai invadere il campo di Colui che sarebbe venuto dopo di lui. E’ bello ed interessante vedere come la figura di Giovanni Battista entra a far parte integrante della storia della salvezza senza mai invadere il campo proprio di Cristo, unico protagonista (potrebbe essere un prossimo argomento). Oggi vorrei cogliere l’occasione per fermarci un attimo a guardare la presenza, il significato e la portata della profezia nella nostra vita di credenti. E’ sicuramente un argomento fuori del giro normale dei nostri interessi, anche se per la sua natura esercita in noi un certo fascino e tanta curiosità.

Prima di tutto sgomberiamo il campo delle nostre conoscenze a volte inesatte. Il profeta non è un indovino e la profezia non è una predizione. La parola “profeta” tradotta nella nostra lingua significa “parlare al posto di”. Il profeta è uno incaricato che parla al posto di Colui che l’ha inviato, Dio stesso. Non uno che riporta meccanicamente la Parola di Dio, ma uno che ne fa esperienza di vita e quindi diventa un tutt’uno con lui. La Parola di Dio diventa una con la sua stessa parola. Ciò che annuncia è la profezia, che prima di riguardare un eventuale futuro, riguarda il significato del presente per arrivare a comprenderne il valore e il senso. Non consideriamo la profezia una sentenza o un giudizio. Tantomeno una minaccia. La profezia accompagna la nostra vita e oserei dire che ne è un completamento prezioso per poter guardare con profondità ciò che viviamo ogni giorno, per non seppellirlo nel cimitero del tempo, ma per poterne vedere tutta la vitalità e la forza di vita che emana.

Anzitutto la profezia ci fa vedere dove parte e dove è orientata ogni nostra scelta e ogni nostra azione. Noi sappiamo bene che ciò che facciamo ha le sue origini lontane nel tempo e nella profondità del nostro vivere. Una scelta che io faccio oggi non è frutto della mia semplice decisione momentanea, ma ha un retroterra nella mia vita, nelle mie idee, nella mia storia. Alcune scienze umane ci aiutano a capire questo mondo ed è certamente un aiuto prezioso, ma c’è una profondità del gesto, della parola delle immagini, dei riferimenti che, se anche non vengono detti, sono ben presenti e avvertiti.

In secondo luogo comprendiamo che ciò che noi facciamo non finisce con la nostra decisione di chiudere. Va oltre, anzi spesso molto lontano. Io sostengo che va oltre la stessa realtà che noi abbiamo ipotizzato. Si allarga fin verso l’infinito e quindi raggiunge la soglia dell’eternità. La profezia è in quella sorta di sguardo intenso e acuto che io metto in ogni mia cosa o in ogni realtà che voglio dominare. La profezia mi fa oltrepassare la realtà che io tratto e me la proietta nel passato per capirne le origini, nel presente per cogliere il significato nella sua completezza, nel futuro per guardarne la dilatazione fino all’eternità. In questo modo Dio ci ha consegnato la vita e il creato. Non solo, ma Dio ha chiamato tutti noi ad essere “profeti”, cioè ad annunciare la sua presenza nella realtà di tutti i giorni. Il nostro parlare, il nostro operare, il nostro agire nei confronti di chi incontriamo deve avere quella triplice dimensione capace di far dilatare pensieri, parole ed opere fino all’eternità. Per fare questo abbiamo bisogno di immergerci nell’esperienza di Dio, perché solo in questo modo potremo partecipare delle sue dimensioni.