Micol: “La mia quotidianità nell’emergenza Covid-19 vissuta a Radio Alfa”

Quando lunedì mattina ho sentito quel “Ma ciao Micol!” sono rimasta spiazzata, ferma in mezzo a piazza Mazzini a Castel Goffredo. Erano mesi che non sentivo più qualcuno chiamarmi. Erano mesi che in piazza, quando andava bene, incontravo il farmacista. Solo lui. Due mesi di deserto. Mentre la metà degli italiani si chiudeva in casa a impastare pizze e dolci e a cantare sui terrazzi, lamentandosi delle restrizioni, l’altra metà continuava a recarsi al lavoro, coi noti moduli di autocertificazione continuamente modificati. Mai mi sarei aspettata di vivere una esperienza del genere e, credo, sia un pensiero condiviso da molti.

Era l’8 marzo che iniziava il lockdown. Che si cominciava ad annusare odore di alcool e Amuchina, ma anche di paura; in radio mi sono districata tra pulizie e igienizzazioni, che sono davvero poca cosa rispetto alle regole con annesse “eccezioni” della fase uno. Non è stato affatto facile: nessuno sapeva che esistesse il coronavirus, nessuno sapeva con certezza cosa si dovesse fare per evitare il contagio, ma tutti volevano sapere e capire.

Ho ricevuto numerose telefonate di concittadini, che chiedevano informazioni e chiarimenti (posso andare al Tosano a fare la spesa?), ma anche rassicurazioni (secondo te passerà in fretta?). Ho ricevuto e dato in onda terribili notizie: col nodo in gola ho seguito come tutti le immagini in diretta Facebook, attraverso la pagina della radio, dell’ultimo  saluto a Don Antonio Mattioli, il parroco che mi ha voluta a tempo indeterminato come voce del mattino a Radio Alfa. Il giorno seguente arrivava la notizia dell’improvvisa scomparsa di Corrado Bocchi, che avevo incrociato di fretta qualche giorno prima, con un frettoloso saluto con la solita mascherina.

Devo dire che in questi due mesi mi sono più volte commossa, ma anche arrabbiata e sentita “persa” al cospetto di questa nuova realtà. Le serrande abbassate, le finestre chiuse, nessuno in giro. La spesa una volta a settimana, niente passeggiate, niente bar, niente palestra, nemmeno la possibilità di comprarsi un paio di calze o di sentire l’odore del caffè, che al mattino invade i nostri bellissimi portici. La radio ha aiutato me e anche molti di voi; se è noto che questo strumento ha un fascino tutto suo ed è ancora uno dei mezzi di comunicazione preferiti dagli italiani, è altrettanto vero che mai come in questi mesi vi ha fatto compagnia. Indipendentemente dalla radio scelta.

A Radio Alfa abbiamo cercato fin da subito di non creare allarmismo, ma di limitarci a fare informazione nel modo più semplice e fruibile. Ci siamo fatti forza a vicenda, ci siamo fatti confidenze e anche qualche sana risata. Durante l’emergenza da coronavirus mi sono occupata come di consueto del mattino, mentre di pomeriggio è arrivato don Giuseppe a “curarvi” l’anima.

Abbiamo notato un forte aumento dei messaggi ricevuti via WhatsApp e delle chiamate in diretta, ed è un elemento che ci ha convinti che quella era la strada giusta: continuare a tenervi compagnia. Vi abbiamo ripetuto allo sfinimento le regole da seguire. Ci siamo detti un sacco di volte che “andrà tutto bene”. Abbiamo ascoltato la nostra bella musica, con gli auguri di buon compleanno, le ricette e i consigli su come impiegare il tempo. Abbiamo scoperto nuove passioni e nuovi talenti, abbiamo rivisto vecchie serie tv, abbiamo postato vecchie fotografie e ci siamo fatte la tinta in casa (con risultati terrificanti, ma senza lamentarci troppo…). Abbiamo fatto il conto alla rovescia in attesa della fase due, ed ora la fase due è arrivata, col consueto e obbligatorio appello alla responsabilità di ognuno di noi, tra mascherine che coprano anche il naso, distanziamento sociale, igienizzante per le mani e via di seguito….

Dicevo, la fase due è arrivata e speriamo che si possa passare alla terza. Non so se quella mattina sentirò ancora qualcuno esclamare quel saluto “Ma ciao Micol!”, ma so che salirò in radio e festeggerò con voi le nuove libertà ritrovate. E finalmente potremo lasciare la porta aperta e rivedervi alle prese con la vita di sempre, delle nostre associazioni e del nostro quotidiano. Forse non sarà mai più come prima. Forse sarà meglio.