V Domenica di Pasqua: l’omelia integrale di don Matteo Palazzani

Essere troppo proiettati in avanti fa perdere di vista la strada percorsa e impedisce di osservare con attenzione il tratto che stiamo attraversando. Abbiamo passato meno di una settimana fa la fase 1, ci siamo appena inoltrati nella fase 2 ma si sta già pensando alla fase 3 mentre si sogna il ritorno alla normalità. Questo sbilanciamento verso il futuro e il costante desiderio di anticiparlo rischia di farci dimenticare presto, troppo presto, il passato e ci fa scavalcare il presente, come un tempo in cui quello che era non c’è più e quello che sarà non c’è ancora.

L’inganno di molti ammaliatori è fondato proprio sulle promesse di grandi obiettivi, mete sorprendenti, risultati eccezionali, tutto ben spostato in avanti nel tempo, ma fanno di tutto per celare accuratamente il percorso da fare e i sacrifici annessi e connessi.

Gesù, al contrario, preferisce mostrare la via, dare maggior rilievo alla strada che non alla meta. Se ci pensiamo bene infatti, è sì importante sapere il traguardo, ma ciò che più conta è conoscere la via migliore per raggiungerlo. Gesù annuncia fin dall’inizio, senza addentrarsi nei particolari, qual è l’obiettivo finale: il regno di Dio, la Vita eterna; mentre dedica tutto il suo ministero pubblico al mostrare la Via. E nel vangelo che abbiamo ascoltato in questa V domenica di Pasqua, per tranquillizzare i suoi turbati per l’annuncio del suo imminente distacco, promette che aprirà lui stesso il sentiero, come quando si va in escursione in montagna e chi è più esperto passa avanti per verificare che non ci siano pericoli e garantire così la sicurezza di tutti. Gesù fa strada, o meglio si fa (diventa) strada.

Nonostante queste rassicurazioni, il cuore fragile dell’uomo chiede e desidera continue anticipazioni, anche noi vogliamo sempre sapere come andrà a finire prima ancora di giocare la partita, pensate a quanti soldi vengono buttati nelle scommesse, e quanto tempo perso a consultare oroscopi? Siccome di norma ci fidiamo poco, abbiamo continuo bisogno di garanzie, un po’ come Filippo che chiede a Gesù: “Mostraci il Padre e ci basta”. Falsa illusione, è come se ad un escursionista bastasse vedere il rifugio in fotografia o ad un atleta bastasse vedere la coppa per essere soddisfatto, o… a un cristiano bastasse vedere la messa in Tv. Per credere non basta vedere l’immagine sacra di Dio o di Gesù Cristo su un ‘santino’, né studiare e capire tutti i misteri della fede. Credere è vivere un incontro reale, che richiede vicinanza, contatto, riconoscimento (tutto quanto oggi ci impedito: la mano inguantata, il volto coperto e la distanza “di sicurezza”, svuotando profondamente il senso di ciò che celebriamo). Ma siamo onesti: abbiamo sempre cercato e vissuto con questa consapevolezza l’incontro con Dio anche quando ci era possibile? e ora lo desideriamo proprio così o ci accontentiamo o pretendiamo di riprendere i riti ai quali ci eravamo abituati?

Le parole di Gesù a Filippo che suonano un po’ come un rimprovero sono rivolte a ciascuno di noi: “Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto?” Il frequentarsi, o l’incrociarsi non è incontrarsi, e vedersi non è già conoscersi o addirittura amarsi, così come non basta tornare a celebrare insieme i sacramenti per incontrare e conoscere veramente Gesù. Il vero incontro è “la consegna di sé all’altro e l’accoglienza dell’altro in sé”.

Gesù quindi ci rimette tutti quanti in cammino, ci invita a recuperare la vera conoscenza di lui cominciando dal considerare le sue parole e le sue opere. Così si scopre che la tanto agognata meta che non può non essere la Vita, si consolida solo cammin facendo. E si capisce sempre di più che è Vera cioè reale man mano che si prosegue.

La difficoltà sta nel mentre tra la partenza di Gesù e il suo ritorno (è il tempo della Chiesa e dello Spirito). Perché nonostante le sue raccomandazioni, la percezione dell’assenza è forte, e talvolta può essere interpretata come un abbandono. E credo non ci sia esperienza umana più dolorosa di quella di sentirsi abbandonati, al punto che il vuoto ci intrappola tra l’attesa di poterci ricongiungere prima o poi e il ricordo di quando eravamo insieme, vivendo l’adesso come semi-morti. Gesù fa di tutto per rassicurarci usando parole straripanti affetto: “Verrò di nuovo e vi prenderò con me perché dove sono io siate anche voi”! Certi di questa promessa, allora siamo invitati a vivere questo tempo come un tempo di rinascita, di riscoperta, di coraggio. Si, il coraggio di cambiare anzitutto noi stessi, il nostro rapporto con Dio e con gli altri, sapendo che in Cristo è possibile come egli stesso afferma: “chi crede in me, anch’egli compirà le opere che io compio e ne compirà di più grandi di queste”. Viviamo il presente con coraggio, come un’attesa attiva che non ci proietta in avanti nella speranza che presto tutto torni come prima, ma come opportunità per purificare i nostri desideri più profondi cercando di cogliere l’essenza e la Verità: delle celebrazioni liturgiche, delle relazioni, del tempo libero, del lavoro.