“Venite e vedrete!” Il commento al Vangelo domenicale di don Luigi Trivini

E’ un quadretto intenso e pieno di emozioni quello che ci presenta il Vangelo di questa domenica: la chiamata dei primi discepoli. Lui che cammina solitario, dando l’impressione nemmeno di accorgersi di chi gli sta attorno; i due, già discepoli di Giovanni Battista, che seguono i passi del Cristo e quasi sono sorpresi dalla voce di Lui che li interroga: “Chi cercate?”. Si potrebbe analizzare a fondo questo camminare silenzioso, ma carico di interrogativi, spinto dalla ricerca evidente di risposte: da una parte il Cristo che precede e certamente si accorge dei due che gli sono dietro e aspetta il momento opportuno per interrogarli sulle loro intenzioni; dall’altra i due che seguono i passi di Cristo e forse non hanno il coraggio di fermarlo. L’esatto contrario dei discepoli di Emmaus, con la differenza che qui i personaggi sono messi in modo inverso: davanti i discepoli, dietro Cristo. Sia nell’uno che nell’altro caso la conclusione è identica: diventano tutti discepoli del Signore! In comune hanno una caratteristica molto importante: hanno lasciato che Gesù entrasse nella loro vita: questi, spinti dall’affermazione del loro maestro Giovanni Battista, quelli dalla delusione di una fine ignobile e ingloriosa di un ideale al quale tutti aspiravano, ma in tutti e due i casi Cristo è entrato nella loro vita. E’ chiaro il messaggio: a Cristo basta lasciare un motivo qualsiasi che entra nella nostra vita e la conduce.

Piuttosto invece vorrei guardare l’esperienza dei discepoli, perché può essere simile alla nostra e quindi certamente ha qualcosa da lasciarci. Anzitutto io vedo che questi due, pur nel loro silenzio che rende il cammino taciturno, sono affascinati da Cristo che Giovanni aveva appena esaltato chiamandolo “Agnello di Dio”. Il fascino è una forza interiore che non si fa sentire, ma esercita su di noi una pressione ed attrazione irresistibili. Non puoi ignorarlo. Se lo accogli, ti conduce e ti appaga anche quando la conclusione non è quella che avresti voluto. Sei ugualmente soddisfatto di aver seguito ciò che ti era apparso come un valore.

Cristo apre il dialogo. Noi possiamo avere mille pensieri, mille cose in testa, ma se Cristo si fa presente, ha certamente qualcosa da dirci: ci interpella. Cioè ci rende partecipi del suo progetto; ci comunica subito se stesso. Quella domanda, apparentemente scontata e banale, dice la volontà di non lasciare che i due discepoli rimangano soli nei loro pensieri. “Venite e vedrete” questa è la risposta del Signore: “Venite”. E’ un invito ed anche se suona come una formalità, è una partecipazione alla sua vita; un comunicare la sua persona a coloro che lo cercano, perché il Signore non tiene per sé le sue cose. Ce lo dice S. Paolo nell’inno contenuto nella lettera ai Colossesi: “Non considerò un tesoro geloso l’essere uguale a Dio, ma spogliò se stesso … Dio che ci invita a partecipare alla sua divinità è colui che opera perché l’uomo non rimanga solo in quella solitudine disastrosa e mortificante. E’ la solitudine dell’essere uomini, cioè partecipi della vita, desiderosi di averla in continuità, ma spesso succubi dell’esperienza di morte sia fisica che morale. E’ la solitudine di chi non sa più dove andare, né cosa fare, la solitudine che ti sottrae ogni termine di confronto e quindi hai la sensazione di sbattere contro un ostacolo insormontabile.

Ma nella risposta di Cristo c’è anche il secondo verbo, che non può essere dimenticato “vedrete”. Cristo, nel suo proposito di dialogo con noi, ci chiama a prendere atto di persona della proposta che Lui ci fa. Il Signore non ci vuole degli esecutori passivi, ma delle persone attive e coscienti. Così ha voluto il suo Figlio Unigenito nell’azione di salvezza. E’ stato obbediente fino alla morte, ma Gesù ci tiene a sottolineare che “nessuno gli toglie la vita, Lui la dona spontaneamente e liberamente. Credo che questa sia una prerogativa della fede che non dobbiamo mai dimenticare. La fede non è mai rinunciare a ragionare, non è un seguire passivo, pensando che tutto succeda solo perché noi abbiamo eseguito determinate richieste. Al contrario dobbiamo renderci conto sempre più che la fede esige che noi siamo liberi e vuole fare di noi delle persone libere. Non ha più fede chi è succube a tradizioni, a valori (pretesi tali), a persone, anche se sono in posizioni dirigenziali. La fede è un rapporto tra Dio e noi e il rapporto si svolge solo tra due persone libere. Quindi non solo esige libertà per essere autentica, ma la fede autentica genera libertà e consapevolezza. Pertanto Cristo chiede ai suoi discepoli non di “rinunciare” per essere tali, ma di accogliere la sua proposta di condivisione della vita, perché è indispensabile per realizzare la condizione di discepoli.